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Ex Ilva, la Corte d’Appello conferma lo stop agli altiforni: respinta la richiesta di sospensione

Pubblicato il 5 Ottobre 2026

I giudici confermano il provvedimento sullo stabilimento

La Corte d’Appello di Milano ha nuovamente confermato il provvedimento che impone lo spegnimento degli altiforni dell’ex Ilva entro la fine di ottobre.

Il collegio presieduto da Giuseppe Ondei ha respinto la seconda richiesta di sospensione presentata dai legali del gruppo in amministrazione straordinaria e di Acciaierie d’Italia. La difesa aveva chiesto di congelare gli effetti della precedente decisione in attesa dell’udienza della Corte di Cassazione, fissata per il 20 ottobre.

La richiesta era già stata respinta una prima volta lo scorso 11 settembre.

Per i giudici viene prima la tutela della salute

La decisione arriva dopo l’udienza del 30 settembre, durante la quale le parti avevano illustrato le rispettive posizioni.

Il sostituto procuratore generale Angelo Renna aveva chiesto di rigettare anche la seconda istanza di sospensione. I rappresentanti legali dell’ex Ilva e di Acciaierie d’Italia avevano invece insistito sulla necessità di evitare lo spegnimento degli impianti, sostenendo che il blocco avrebbe provocato conseguenze irreversibili sull’attività industriale.

La Corte ha però ritenuto prevalente un altro principio: la tutela della salute dei cittadini.

Nell’ordinanza, i giudici sottolineano che la semplice fissazione dell’udienza in Cassazione non modifica le valutazioni già espresse nei precedenti provvedimenti. Al centro della decisione rimangono infatti i rischi collegati alle emissioni nocive degli impianti e alla presenza di amianto.

Cosa prevede il provvedimento sullo stop dell’area a caldo

Resta quindi efficace la decisione del Tribunale civile di Milano del 27 luglio.

Il provvedimento aveva ordinato al gruppo siderurgico di interrompere entro 90 giorni l’attività produttiva dell’area a caldo, dove si trovano gli altiforni.

Lo stop resterà collegato alla necessità di intervenire sulle criticità individuate dai giudici. In particolare, il provvedimento indica come condizioni per la ripresa la completa rimozione dell’amianto ancora presente negli impianti e l’adozione delle misure necessarie a riportare le emissioni di polveri sottili entro livelli considerati sicuri.

La nuova decisione della Corte d’Appello lascia dunque immutato il quadro in attesa del pronunciamento della Cassazione.

Partono le procedure di cassa integrazione

La situazione giudiziaria sta già producendo conseguenze sul piano occupazionale.

Nei giorni scorsi Acciaierie d’Italia ha avviato le prime procedure di cassa integrazione per i lavoratori, collegandole alle ripercussioni dello stop imposto agli impianti.

L’azienda ha spiegato che l’interruzione della produzione dell’area a caldo rende impossibile, almeno nella fase iniziale, alimentare le attività che si trovano a valle del ciclo produttivo.

Le conseguenze riguardano quindi non soltanto gli impianti direttamente interessati dal provvedimento, ma anche le attività produttive collegate e alcune funzioni di supporto.

Il prossimo appuntamento è in Cassazione

La vicenda non è però ancora arrivata alla sua conclusione definitiva.

Il prossimo passaggio giudiziario sarà infatti l’udienza della Corte di Cassazione del 20 ottobre, alla quale il gruppo aveva guardato come possibile momento per ottenere una sospensione dello stop.

Per ora, però, la Corte d’Appello ha confermato l’efficacia del provvedimento: lo spegnimento degli altiforni resta previsto entro la fine di ottobre, mentre il futuro dell’area a caldo rimane legato sia all’esito del giudizio della Suprema Corte sia agli interventi necessari per affrontare le criticità ambientali e sanitarie contestate.

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